Le mani che plasmano ascoltando l’anima.

di Ferdinando Zanzottera

LA SCULTURA URBANA, PUBBLICA E PRIVATA DI TRE GENERAZIONI DI SCULTORI EUROPEI A CONFRONTO: I FEKETE

Completamente differente da quella dello zio e del nonno fu la formazione di Fekete Gabriel David, il più giovane di questa generazione di artisti di origine ungherese. Nato a Milano nel 1972, egli non conobbe le privazioni che caratterizzarono la storia familiare e pienamente libera fu la scelta di frequentare l’Accademia di Belle Arti di Brera, dove conobbe ed ebbe come maestri Lydia Silvestri, Giancarlo Marchese e Silverio Riva. Da ciascuno apprese elementi che trasfuse nei suoi lavori, anche se il linguaggio dell’arte che respirò sin da bambino crescendo tra le sculture dei parenti, costituì la vera linfa vitale del suo operare e fu per lui una sorta di iniziazione spontanea alle figure modellate.

Alla seconda metà degli anni novanta risalgono le prime mostre collettive e le prime esposizioni con le quali entrò in contatto con acquirenti, galleristi e un pubblico milanese-lombardo sempre più esigente. Sono anni di grande sperimentazione nei quali, tuttavia, rimane fedele al suo personalissimo ‘romantico neoclassicismo’ o ‘neoclassico romanticismo’, nel quale non scade mai in imitazione e riproposizione delle figure del passato, ma forgia il suo essere e plasma il suo particolare linguaggio evocativo d’esaltazione della figura femminile. Sono gli anni nei quali studia e reinterpreta l’anatomia umana con una delicatezza propria, che solo in parte egli deriva dalle opere dei suoi avi ungheresi, senza concedere nulla ad una modernità che talvolta, in altri artisti a lui contemporanei, confonde la dolce sensualità dell’essere umano con la volgarità espressiva di chi non ha nulla da dire.

Al 1994 risale Gioco, una delle sue prime sculture che interessarono diffusamente la critica, seguita da Ingram (1996), che affascinò anche Flaminio Gualdoni, docente e storico dell’arte di chiara fama che proprio nel 1994 concluse la sua avventura in qualità di direttore della Galleria Civica di Modena per iniziarne una nuova al timone dei Musei Civici di Varese (1995-1999). Egli è tra i primi ad identificarne il credito che Gabriel deve ad alcuni artisti del Novecento italiano, quali Giacomo Manzù (1908-1991) e Francesco Messina (1900-1995), “verso i quali denuncia senza complessi più d’un debito”, che tuttavia è da intendersi filtrato dalle sue origini e dalla grazia scultorea dei ritratti e delle figure modellate che ornavano la casa materna. Non riferimenti diretti ai suoi avi, dunque, ma linguaggio forse anche inconsciamente acquisito che lentamente è penetrato in lui e che nemmeno le esperienze più dirompenti delle mostre degli anni della “Milano da bere” vedute nel periodo della sua formazione accademica hanno scalfito.

Il suo è un percorso che lentamente si arricchisce di esperienze segnate da numerose esposizioni collettive, che gli fanno incontrare nuovi artisti e compagni di viaggio. Tra gli anni più proficui, dunque, il 2001 che lo vede protagonista di numerose esposizioni, tra le quali: la Ia Biennale della scultura in ferro organizzata presso il Palazzo dei Consoli di Gubbio; la rassegna Campionesi del III millennio, alla Galleria Civica di Campione d’Italia; la Mostra collettiva di artisti contemporanei curata da Raffaele De Grada presso la Fondazione Marco Mantovani di Milano; le mostre Universo Cartusiano, Cib’Arte. Il cibo nell’arte ed il cibarsi dell’arte nelle opere di quindi artisti contemporanei e Scultura viva. Scolpire e dipingere tra la folla, svoltesi presso la trecentesca Certosa di Milano (Garegnano).

Tra le mostre d’inizio millennio forse la più significativa è Il convito della bellezza organizzata presso il Pontificio Seminario Regionale Minore di Potenza, alla quale Gabriel partecipa con La caduta creata l’anno precedente che, sebbene meno definita nel modellato rispetto ad altre sue opere, segna un punto di partenza per una ricerca più intima e riflessiva che porterà, negli anni seguenti, a trovare espressione compiuta nel Compianto del 2013.

Alle esperienze dei primi anni Duemila seguiranno le sculture della serie Monache (2006), non scevre di qualche contraddizione e di eccessi narrativi, che, tuttavia, lo introdurranno in quella che si può considerare, impiegando le parole dello stesso Gualdoni, la sua “prima maturità” d’artista.

È qui che egli si dedica con impegno alla definizione del suo universo femminile e all’esaltazione della bellezza, che trova il suo apice nell’ultima produzione, nelle opere raccolte nella mostra svoltasi a Cesano Maderno nel 2022 e nell’esposizione personale Elogio della Bellezza, curata da Mario Marchiando Pacchiola nel 2019 presso il Museo Diocesano di Pinerolo.

Esse, tuttavia, sono debitrici di una ricerca iniziata nei decenni precedenti e, in particolare, proprio nella seconda metà degli anni novanta. Si tratta, dunque, di un lungo cammino, già iniziato con una serie di piccole terrecotte eseguite tra il 1998 e il 2001, tra le quali si ricordano quelle intitolate Speranza (2001), Conquista (1998), Giocando (1998) e Gioco (1998), quest’ultima successivamente fusa in bronzo. Qui appare già evidente che la linearità semplice delle figure modellate travalichi le valenze formali dei soggetti raffigurati, richiamando all’occhio vigile degli osservatori una realtà trascendente. In queste opere giovanili i soggetti sono semplici ma ricchi di una staticità plasmata che richiama la scultura dei secoli passati. Esse, tuttavia, non copiano forme antiche, ma ‘reinventano’ la corporeità umana imbrigliata nel tempo, modellata nella fragilità del gesso e resa vivida dall’espressività delle patinature. La verticalità accentuata di alcune figure e la descrizione animata delle donne feketiane sembrano inoltre far “riecheggiare la domanda di dolcezza dell’uomo e la sua propensione al supremo mistero”.

Sono queste sculture l’origine della narrazione della bellezza ricercata da Fekete Gabriel David ed espressa in una sequela ininterrotta di opere, tra le quali si segnalano: Elena (2007), Donna sdraiata (2008), Donna seduta (2008), il ciclo Salomè (2008); il ciclo Educande (2009); Adele (2015); Fanciulle (2017); la piccola serie Origine (2019); Le Grazie (2019). Una bellezza ben interpretata dal vescovo di Pinerolo Derio Olivero che così le descrive: “Nel bel libro di diritto privato «Punto di svolta» ho trovato due termini davvero interessanti: estrattivo e generativo. Gli autori dicono che possiamo abitare il mondo in modo estrattivo oppure in modo generativo. «Estrattivo» è lo stile di chi si considera al centro del mondo e «usa» tutto ciò che lo circonda, riduce a «materiale usabile» tutto il creato e tutte le persone. Estrattivo è quell’individuo che considera il mondo una cava di pietra di sua proprietà e vive «estraendo» voracemente tutto ciò che serve, piace, fa comodo. Estrattivo è l’atteggiamento di chi vive dominando, consumando, rubando.

Al contrario «generativo» è chi si sente «parte» di un tutto più grande di lui. Generativo è chi contribuisce alla vita altrui, sentendola parte di sé. Generativo è chi apprezza ciò che è comune, chi si adopera per migliorare il mondo, chi si prende cura dell’altro. Mi pare illuminante tale sottolineatura. Ci interroga sul nostro modo di stare al mondo, anzi sul nostro modo di guardare il mondo. Siamo estrattivi o generativi? Siamo voraci o desideranti? Siamo padroni o partners? Tali domande sono valide ad iniziare dai nostri occhi. Abbiamo occhi troppo estrattivi! Guardiamo le cose pensando al loro uso e dimentichiamo di guardarne la bellezza. Così usiamo senza meraviglia, senza gratitudine. Spesso addirittura senza gusto. Usiamo, funzioniamo, consumiamo. Così facendo riduciamo ogni cosa. Perché l’uso dimentica il senso, dimentica il colore, la luminosità, la grazia, la sorpresa, lo stupore. E tutto perde bellezza. Si usa e si scarta. Si usa, si scarta e si ritorna ad usare. In una catena senza fine. Quasi una coazione a ripetere. Quasi una condanna. Un consumo spasmodico cercando di riempire pancia, pelle, cuore. E diventiamo un fascio di bisogni, spegnendo i desideri. Usiamo senza stabilire relazioni, senza entrare in relazione. Usiamo quasi «senza vedere». E così riduciamo anche gli altri ad oggetti. Senza incontrarli, senza ammirarli, senza desiderarli, senza vederli. Estrattivi anche con le persone. Per diventare generativi abbiamo bisogno di cambiare lo sguardo.

Le opere di Gabriel Fekete ci aiutano ad acquistare questo nuovo sguardo, soprattutto rispetto alla donna, ancora guardata spesso in modo «estrattivo», usata, ridotta ad oggetto, a volte addirittura violentata. Le opere di Gabriel Fekete, soprattutto le sue sculture, sono un inno alla bellezza della donna. Le sue sono donne belle perché quasi se ne vede l’anima. Molto carnali, eppure pervase di spirito, di vento, di leggerezza. Sono donne cariche di identità, di carattere, di domande. Stanno pensando, stanno attendendo, stanno sognando, stanno amando. Sono molto di più di un oggetto. Non le puoi «usare». Ti invitano ad avere uno sguardo che sa ammirare, andando oltre, guardando dentro. Ti aiutano a ritrovare lo sguardo di Adamo di fronte ad Eva appena creata. Là Adamo restò ammirato e divenne poeta, cioè capace di «cantare» la sua donna. Così in quell’ammirazione «scelse» di costruire una relazione, di uscire da sé per andare incontro a lei. Scelse uno sguardo amoroso. E vide in lei il divino. Un regalo di Dio. In questa luce diventano interessanti le sculture della coppia attorno al figlio. Lui e lei, si sono ammirati, sono stati sorpresi dal desiderio amoroso, si sono scelti, hanno camminato insieme sulla stessa strada, senza usarsi ma costruendo una relazione paritaria, sentendosi parte di qualcosa di più grande… ed è nato un figlio. L’atteggiamento generativo si è concretizzato in una nuova creatura. Che li supera e li compie. Il bimbo, infatti, è più grande di loro, ha un viso molto più grande del loro: esprime il figlio, il futuro, l’amore di coppia. Anzi, stando in mezzo ai loro sguardi, esprime il prodigio di uno sguardo generativo che li avvicina allo sguardo di Dio”.

Accanto ai temi connessi all’amore coniugale e all’affettività, che trovano in Amanti (2006) e Amarsi (2010) alcuni significativi esempi, l’artista si è sempre interessato all’arte religiosa, realizzando anche opere impegnative. Risale al 2015 la terracotta patinata raffigurante il Beato Gherardo de Saxo conservata all’interno della chiesa di San Giovanni Battista e San Carlo Borromeo al “Fopponino” a Milano. Per la sua realizzazione lo scultore ha ripreso alcuni attributi dell’iconografia agiografica del monaco fondatore dell’Ordine di San Giovanni di Malta (altrimenti noto come del Sovrano Militare Ordine di Malta). Gabriel, tuttavia, ha qui scelto di raffigurare il Beato assai più giovane che in altre opere contemporanee a lui dedicate, tra le quali il Busto reliquiario in bronzo creato da Luca Battini (2011-2012) per la chiesa di San Domenico a Pisa. Nella sua opera, Gabriel, oltre a sottolineare la giovane fierezza cavalleresca del Beato, richiama direttamente la leggenda secondo la quale il monaco gettava dalle mura delle pagnotte di pane per sfamare i cristiani che l’assediavano, trasformatesi miracolosamente in pietre, una volta scoperto dai saraceni.

Di poco precedente è la raffigurazione di un santo particolarmente venerato in Toscana: Santo Stefano I papa e martire. A Fekete Gabriel David nel 2012 venne infatti chiesto di realizzare un busto del Santo, il cui corpo fu per l’ultima volta traslato nel 1682 nella chiesa di Santo Stefano dei Cavalieri a Pisa. Qui lo scultore raffigura il Santo Padre in tutta la sua severa ieraticità con la mano destra benedicente e sul capo un’imponente triregno, la Tiara papale formata da tre corone simboleggianti il triplice potere del Papa.

Tra l’esecuzione delle due opere, Gabriel si è dedicato alla realizzazione di altri lavori a sfondo religioso, molti dei quali esposti in occasione di apposite mostre. Tra queste il Christus patiens del 2012, appositamente realizzato per l’iniziativa promossa da Regione Lombardia dopo che il Consiglio aveva deliberato una legge che prevede l’esposizione del crocifisso nelle sale istituzionali e all’ingresso delle sedi regionali. In questo modo, l’opera dell’artista milanese d’origine ungherese ha compartecipato al dibattito sul tema della presenza di segni religiosi cristiani all’interno di edifici pubblico-regionali e alle discussioni che hanno portato e che sono seguite alla promulgazione del menzionato atto legislativo.

Apprezzato dalla critica è stato anche il ritratto in scagliola intelvese e alluminio di Giovanni Paolo II realizzato da Gabriel nel 2003, culminato con la consegna ufficiale della scultura nelle mani del Santo Padre, a cui è seguita, nel 2021, la realizzazione del bassorilievo La luce della speranza, ricevuto direttamente da Sua Santità Papa Francesco.

Soggetti religiosi sono alla base di numerose altre opere afferenti alla medaglistica, specializzazione scultorea alla quale l’artista è molto legato, sia in sequela alla nobile tradizione figurativa del Novecento italiano, sia per l’adesione al proprio vissuto familiare. Malgrado le piccole dimensioni, sono questi lavori di particolare importanza per il loro valore figurativo e perché hanno consentito a Fekete Gabriel David di recuperare l’usanza dei propri avi non solo di immortalare nelle medaglie eventi celebrativi di commissione pubblica o privata, ma di fissare nel bronzo e nelle più moderne resine sintetiche alcuni episodi del proprio vissuto. Se il nonno ha infatti realizzato una medaglia in ricordo della nascita della figlia, attraverso di esse il nipote ha celebrato la venuta al mondo dei propri figli ed altri specifici eventi.

Mediante le opere di quest’ultimo discendente della famiglia di scultori ungheresi, è dunque possibile scorgere tracce del vissuto italico e parte dei dibattiti culturali che hanno investito la Chiesa e la società laica nazionale negli ultimi decenni, al quale egli ha partecipato anche tramite la propria riflessione sul significato della bellezza e del fare arte. Da questo percorso non rimane esente nemmeno la ricerca memoriale nazionale espressa in alcuni concorsi per la creazione di appositi monumenti pubblici, dei quali Gabriel ha vinto quello per la realizzazione di due monumenti per la Polizia di Stato e per la Polizia Stradale indetto dal Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti nel 2012.

Le sue eteree forme femminili allegorico-simboliche e i suoi ritratti, che più o meno inconsciamente sono debitori delle donne modellate e scolpite da Galántai Fekete Géza e da Fekete Géza Dezső, oltre ad aderire a una storia personale costituiscono la testimonianza ‘a-geografica’ e senza confini “dell’essere e del divenire dell’umanità, della segreta consapevolezza del valore della bellezza, del pudico apparire della donna vista attraverso una fluida «classicità» dei volumi anatomici, che va ben oltre all’apparenza per consegnare a questo nostro tempo il senso profondo di un’interiorità rivelata”.

 

Milano, Settembre 2022